Befana, scopa di stelle: l’ultima luce del Natale(Italia, 6 gennaio) – Figura popolare dell’Epifania che “chiude” il ciclo natalizio; retaggi agrari/di passaggio d’anno si intrecciano con la tradizione cristiana.

Un viaggio di luce, tradizioni e cuore verso il Natale. A journey of light, tradition, and heart toward Christmas.

La notte tra il 5 e il 6 gennaio ha un passo diverso, un fruscio antico che si sente nelle scale dei condomìni e tra le tegole dei paesi. Le case sono ancora vestite di luci, ma sull’albero le lampadine tremano come se sapessero che è l’ultima volta. In cucina qualcuno appende una calza alla maniglia del forno o al camino immaginario, un’altra finisce sul termosifone, una più piccola sulla maniglia della finestra, “così la vecchina la vede meglio”. Un piattino con mandarini, due biscotti e un dito di latte o di vino secco: non si riceve senza offrire. Poi si sistema una scopa nell’ingresso, come invito silenzioso. E si va a dormire con l’orecchio teso al minimo, aspettando quel suono che sembra vento e invece è storia: la Befana che passa.

La si immagina curva e svelta, il naso importante, la sciarpa annodata, un sacco pieno di dolci e carbone. Sorride di lato, perché conosce i difetti degli umani e non ne fa tragedia. Viene dall’inverno più profondo e porta con sé l’odore della cenere buona: quella che scalda, quella che il mattino dopo concima. Di lei si dice che sbaglia strada rincorrendo una stella e che, non avendo incontrato il Bambino, cominciò a lasciare doni a tutti per non sbagliare più. Si racconta anche che sia la penultima pagina del Natale e la prima dell’anno nuovo, un ponte di legno tra la grotta e il campo, tra l’altare e la terra.

Perché la Befana fa una cosa semplicissima e grandiosa: chiude. Con la sua scopa spazza via briciole e tristezze, il superfluo e la polvere dei giorni appena passati. È una vecchia per saggezza, non per stanchezza: conosce i cicli, sa che per fare spazio al grano occorre liberare il solco, sa che i rami si potano in inverno perché a primavera la linfa trovi strada. Nelle campagne, lo stesso gesto diventava un falò: si brucia il vecchio per scaldare il presente e nutrire il futuro. Nei cortili e nelle piazze, il fuoco dice che la comunità si ritrova: un cerchio di persone, nasi rossi, mani alzate al calore; si ride, si canta, si guarda la fiamma che sale e si pensa, senza dirlo, a tutto ciò che si vuole lasciare andare.

Dentro le case, la liturgia è domestica. Qualcuno prepara il carbone dolce con zucchero, albume e un po’ di magia culinaria, “per ricordare con dolcezza quello che non è andato benissimo”. Nelle calze si infilano torroncini, cioccolatini, fichi secchi, gessetti colorati, una matita nuova, il profumo dei mandarini che fa subito gennaio. Ci finisce anche un biglietto: “Per quest’anno, prova a…”, non un ordine ma una promessa piccola. La Befana non premia e punisce; educa con garbo: ti lascia zucchero per i passi giusti e carbone per ricordarti che si può sempre migliorare.

La mattina, il 6 gennaio ha un’aria chiara che entra decisa negli appartamenti. Le calze sono piene e un po’ lente, come vele dopo il vento. I bambini le svuotano a terra con un’avidità felice; gli adulti fingono sorpresa e intanto si concedono un cioccolatino “di verifica qualità”. Qualche casa ancora profuma di gnocchi al sugo o di brodo, altre preparano la tavola per un pranzo lungo, a chiudere il giro iniziato settimane prima. Qualcuno ripete piano quel proverbio che sa di calendario vecchio—che l’Epifania porta via le feste—ma lo dice con dolcezza, come si accompagna alla porta un ospite gradito dopo una serata lunga e bella.

Intanto, da qualche parte, la Befana ha già ripreso il volo. Non lascia scie vistose: soltanto ordini minuti dentro la disordinata geografia delle case. Un cassetto che finalmente si svuota, un barattolo etichettato, un’idea messa per iscritto tra un cioccolatino e una risata. È questo il suo talento: insegnare a salutare. Salutare l’albero che tornerà nella scatola, le lucine che rientrano arrotolate, i presepi che ripiegano il mondo in un panno di lana. Salutare, anche, ciò che non è riuscito, senza colpe severe: “ci rivediamo il prossimo anno, più preparati”.

Eppure dentro la sua figura popolare—così terrosa e affettuosa—resta un luccichio di cielo. L’Epifania è ancora stella e viaggio, oro, incenso e mirra portati in dono; è uno sguardo che si allarga, il mondo che si accorge di una luce. La Befana, con i suoi scarponi e la scopa, porta questa stessa luce ma rasoterra, dove camminiamo noi. La abbassa alla misura delle cucine, dei pianerottoli, delle scuole che riaprono, degli orari appesi sul frigorifero. È l’epifania domestica: l’apparizione del possibile nelle piccole cose.

Se vuoi onorarla davvero, prova un rito semplice. La sera del 5, accendi una candela vicino alla porta e scrivi su un foglietto tre righe: ciò che lasci, ciò che porti con te, ciò che vuoi far crescere. Al mattino, metti il carbone in un vasetto: tornerà terra, concimerà una pianta di basilico a primavera. I dolci dividili: una parte ai tuoi, una parte a chi incontri quel giorno, una parte a chi ne ha bisogno. È un modo per dire alla vecchina che hai capito la sua lezione: il dono è vero quando scorre.

Nel pomeriggio, mentre riponi le decorazioni, fermati un attimo con la calza tra le mani. Le feste finiscono, sì, ma non se ne vanno: decantano. La Befana si porta via l’eccesso e lascia il succo, la misura buona per continuare. E quando la sera, senza più lucine, la casa ti sembrerà nuda, scoprirai che è pronta: come un campo dopo il falò delle stoppie. Lì, nel nero fertile dell’inizio, c’è già un’idea che bussa. La sentirai come un brivido di aria fredda entrando dall’uscio. Sarà lei, la vecchina con la scopa, che ti saluta da lontano: “Va’—adesso è il tuo turno. Io ho fatto pulizia. Tu, semina.”

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